Alchimisti di parole – Intervista a Christian Pastore

Il 18 giugno è uscito in libreria la seconda raccolta di racconti di Ted Chiang, Respiro. Abbiamo pubblicato Storie della tua vita, la prima raccolta, nel 2016, a poche settimane dall’uscita del film di Denis Villeneuve che è riuscito meravigliosamente a trasportare sullo schermo uno dei racconti, Arrival, con Amy Adams linguista e traduttrice. È a questa donna apparentemente fragile, segnata da una tragedia, che spetta il compito di mettersi in contatto con invasori alieni. E solo attraverso quel “parlarsi”, quello scambiare suoni e segni, quell’intuire intenzioni si giunge a una soluzione davvero umana.

A Christian Pastore abbiamo affidato invece il compito di leggere, interpretare e tradurre il linguaggio di Ted Chiang, con le sue invenzioni, la sua visione unica del mondo (o forse sarebbe meglio dire, dei mondi). Gli chiediamo quindi di raccontarci come ha lavorato.

Innanzitutto, una domanda generale sul mestiere di traduttore, sulla tua tecnica di lavoro, ricordando che sei tu stesso autore di romanzi e racconti. Come affronti il libro che ti viene affidato? Leggi tutto prima di cominciare? Cominci subito a fare ricerche sui punti critici o è una cosa che affronti man mano che traduci? Ci puoi dire come procedi?

Prima di tutto ci sono una o più letture per il piacere della lettura, se possibile, e per individuare il suono della scrittura originale, il suo ritmo, le sue peculiarità, che dovranno necessariamente essere resi anche nella nostra lingua. Poi inizio, e di solito i punti più ostici cerco di affrontarli nella prima bozza, ma ce n’è sempre anche una seconda, raramente ce n’è una terza. Di solito nella prima bozza sono più concentrato sul contenuto e nella seconda sullo stile, ed è il lavoro sullo stile quello che trovo più complesso e insieme più appagante. Quando traduco, per quanto non mi sia facile, cerco inoltre di dedicare qualche ora al giorno anche alla mia scrittura, proprio per tenere ben distinti i piaceri e i crucci del traduttore da quelli dello scrittore. Cedere alla tentazione di riportare un contenuto altrui a modo proprio, infatti, è una scorciatoia che spesso sarebbe facile imboccare, ma che non sarebbe onesta né nei confronti di chi quel libro l’ha scritto, né del futuro lettore. Un traduttore non deve farsi autore, imporsi su un’opera altrui, ma esserne efficace ambasciatore, e in alcuni casi questo va considerato un privilegio. Tradurre l’opera di Ted Chiang è senz’altro uno di questi casi.

Per quanto riguarda Ted Chiang, che non è solo uno dei più importanti autori di fantascienza, ma, come dici nel video, autore letterario tout-court, lo stile è molto curato, cristallino, classico nella scorrevolezza, ma inventivo nel linguaggio, quali sono stati i punti che hanno richiesto più ricerche?

Lo stile di Chiang è solo di Chiang, ed è proprio questo, insieme all’originale sviluppo che hanno sempre i suoi racconti a farne un autore maiuscolo. Il suo è uno stile talmente limpido e meticoloso nell’esposizione da essere straniante, a volte ipnotico, perfetto per il compito che si propone di assolvere, ovvero offrire a buone domande una o più possibili buone risposte. E’ un linguaggio che ad alcuni è apparso distaccato, ma che quando davvero ci si entra si rivela al contrario un distillato di calore, e non è mai pedante. I punti che hanno richiesto più ricerche sono quelle in cui Chiang attinge maggiormente al linguaggio scientifico, di qualsiasi scienza si tratti, tecnicismi che riplasma a fini narrativi e che a volte sa rendere addirittura sottilmente lirici. Tradurre Chiang, inoltre, prima di iniziare a farlo ha significato anche confrontarsi con precedenti traduzioni, che erano quasi sempre dignitose e in alcuni casi più che buone, nella speranza di migliorarle. Ho letto traduzioni del suo inglese non solo in italiano, ma anche in spagnolo e in francese, e oltre ad apprezzarne i pregi quando era il caso, in ogni versione ho cercato d’individuare quelli che per me erano i difetti o gli errori oggettivi. Curiosamente, non erano mai comuni da una lingua all’altra.

Inevitabile, quando si parla di fantascienza, speculative fiction, e tutto quello che ruota intorno, pensare ai classici. Leggere Chiang mi fa venire in mente Dick e Bradbury, in particolare, tu quali riferimenti hai tenuto presente per orientarti? A parte lo stesso Chiang, naturalmente.

Fermo restando che, come dicevo, Chiang è un autore unico, è innegabile che nella sua scrittura come in qualunque altra risuonino alcune influenze. Oltre a quelle che hai citato, l’autore a cui più l’accosto è Clifford D. Simak, sia per la straordinaria inventiva sia per la qualità della scrittura. Poi sento l’influenza dell’umanesimo alla Vonnegut, la rivalsa del diverso tipica di Sturgeon, e abbandonando del tutto la fantascienza, il sommo Borges per come viene amministrata e dispiegata lungo ogni racconto la sospensione dell’incredulità. In numerosi passaggi si avverte l’influenza di Kafka, e vari interrogativi che Chiang si pone derivano dal pensiero esistenzialista. Ma oltre ad essere stato influenzato da qualcuno come chiunque, Chiang è un autore che ne influenza già molti altri. La serie Black Mirror, per esempio, ha spesso una sensibilità e tematiche affini, anche se i suoi episodi migliori non offrono alcuna speranza ai suoi protagonisti, mentre Chiang, pur senza indorare nessuna pillola, una speranza la lascia trapelare anche nella tragedia. Forse perché ritiene, come cantava Leonard Cohen, che c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce.

E infine, c’è un punto, una frase, una riflessione, un personaggio che ti è rimasto particolarmente impresso nella memoria?

Chiang è capace di frasi belle ed incisive, ma più che su specifiche frasi ad effetto, trovo che punti sulla meraviglia generata dal racconto nel complesso, ossia da un certo concatenarsi delle frasi, ed è uno dei motivi per cui più l’apprezzo. Le riflessioni che mi sono rimaste impresse sono tante, quelle sulla relatività del tempo e della stessa morte in Storia della tua vita, naturalmente, ma anche quelle sul destino che animano uno dei suoi racconti secondo me più belli e disturbanti, L’inferno è l’assenza di Dio, da cui mi auguro che prima o poi venga tratto un film all’altezza di Arrival (certo, ci vorrebbe di nuovo un regista all’altezza di Villeneuve). Nella nuova raccolta non c’è racconto che a suo modo non mi sia piaciuto, ma a parte Respiro – che alla raccolta dà il titolo ed è una gemma, anche per ciò che rappresenta il suo memorabile protagonista – ho trovato particolarmente stimolante uno dei racconti del tutto inediti, L’angoscia è la vertigine della libertà, titolo che è una citazione di Kierkegaard e introduce uno degli intrecci più “chianghiani” che Chiang abbia mai concepito. Comunque, a dire il vero, tutto quello che di lui ho letto e tradotto, cioè tutto quello che per il momento ha scritto, mi è rimasto ben impresso.

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