Breve storia di sette omicidi (Nota sulla traduzione)

In molti, tra coloro che hanno letto Breve storia di sette omicidi in lingua originale, hanno sottolineato come la traduzione presentasse molte difficoltà. Avevano ragione, ma la nostra traduttrice Paola D’Accardi ha fatto davvero un lavoro eccezionale, motivo per cui le abbiamo chiesto di scrivere una “Nota sulla traduzione”. La troverete alla fine del libro, e ve la anticipiamo qui.

Nota sulla traduzione di A Brief History Of Seven Killings

di Paola D’Accardi

Da bambina ero affascinata dai funamboli e avrei voluto essere una di loro e, tardivamente e in senso lato, il destino mi ha accontentata, perché in effetti tradurre A brief history of seven killings di Marlon James è stata un’impresa funambolica, perennemente alla ricerca dell’equilibrio fra le tante voci che di questa narrazione sono l’anima e la guida.

Un romanzo, dunque, che come dice l’Autore stesso è «portato avanti dalla sola voce». Il racconto delle vicende individuali e collettive di un paese attraverso il flusso di coscienza e i dialoghi dei suoi personaggi è già una bella sfida per il traduttore, ma la cosa si complica ancora di più quando tutto questo «parlato» è oggetto di continui commenti e riflessioni da parte dei parlanti stessi, tanto da diventare quasi un personaggio a sua volta. Un personaggio composto dai gerghi più svariati, dai tormentoni televisivi, dagli slogan pubblicitari, dalle battute di popolarissimi cartoni animati e film che hanno fatto epoca (il tutto rigorosamente vintage), ma soprattutto dal creolo giamaicano. Nato in epoca colonialista, dall’incontro fra l’inglese e le lingue africane degli schiavi sfruttati nelle piantagioni dell’isola, si è evoluto nel corso del tempo, ma sempre in forma esclusivamente orale. Forse per questo, per la sua mancanza di una tradizione scritta, l’Autore fa dire a un suo personaggio che il giamaicano «non è una lingua»; ma pur rinunciando a definirlo, resta il fatto che il creolo non è l’inglese standard e come tale non sempre è immediatamente comprensibile, anche agli anglofoni.

Innanzi tutto, sebbene dal libro com’è ovvio non emerga, va tenuto presente che il giamaicano ha un forte accento che, per quanto molto musicale, può rendere incomprensibile anche una semplice frase (e per farsene un’idea basta guardare il film The harder they come o i filmati di certi discorsi dal palco di Peter Tosh che si trovano in rete).

Per citare invece i due aspetti più eclatanti della sua grammatica e della sua sintassi, basti dire che i sostantivi non hanno il plurale e la coniugazione dei verbi non differenzia il tempo passato da quello presente, due cose che impongono al traduttore di sviluppare capacità intuitive e deduttive degne di Sherlock Holmes (e qui non tutto è elementare, Watson) soprattutto quando i personaggi ricostruiscono o ricordato il passato creando quelle che, scherzando fra me e me, chiamavo le «matrioske temporali in ordine sparso»: non solo in queste infilate di eventi in sequenza non cronologica era difficile individuare cosa venisse prima e cosa venisse dopo, ma addirittura quale fosse il presente!

Nel romanzo, come dicevo, il creolo è una presenza ineludibile, perché i personaggi lo parlano e ne parlano continuamente, lo definiscono «parlare male», ma anche questo «parlare male» ha gradazioni diverse a seconda del soggetto; e gli uomini e i ragazzi del ghetto usano qui e là parole forbite colte alla radio o alla tv o sentite in chiesa (tutti conoscono la Bibbia) o imparate a scuola in un tempo che sembra lontanissimo.

Il paragone più immediato è quello con il nostro dialetto: c’è chi lo parla stretto, chi lo mescola o lo alterna con l’italiano, chi lo usa solo in determinate circostanze… Lo stesso è per il creolo rispetto all’inglese. E se ho modulato sui personaggi una parlata «sporca», bassa, claustrofobica, non è per ridicolizzare o sminuire questa lingua, ma per restare fedele al sapore originale della sua crudezza scabrosa in pensieri, dialoghi, descrizioni.

Un discorso a parte, poi, è il giamaicano dei rasta che modificano addirittura le parole di uso comune per eliminarne gli elementi di negatività e indicano l’individuo con I and I (letteralmente «io e io») dove I sta non solo per «io», ma anche per «primo» in riferimento a Hailé Selassié I che i rastafariani considerano l’incarnazione del divino, Jah, così che la persona diventa il risultato dell’unione dell’individuo con la divinità.

Insomma, un romanzo che è una babele di lingue, linguaggi, gerghi ed è inestricabilmente legato alla musica e alla cronaca dell’epoca, il che ha richiesto un notevole sforzo di documentazione non solo da parte dell’Autore, ma anche mia. Motivo per cui ringrazio, anche se inutilmente perché non leggeranno mai queste righe, tutti coloro, giamaicani e non, che hanno riversato in internet filmati e documenti d’epoca, i propri ricordi d’infanzia, la spiegazione di proverbi e modi di dire giamaicani, ricette di cucina, pagine di giornale, canzoni, fotografie e ancora fotografie, glossari di slang americano degli anni ’70, citazioni e frasi celebri del Cantante, il video di come si carica un M16, la spiegazione dettagliata di come si basa la coca, i contenuti di Wikipedia, l’elenco esaustivo dei sinonimi per alcune parti molto intime del corpo, la Bibbia di re Giacomo… insomma una marea di materiale di ogni genere e sorta senza il quale la traduzione di questo libro sarebbe stata ancora più ardua se non impossibile, soprattutto in quei punti, assai numerosi, in cui l’Autore ha fatto scivolare silenziosi e inavvertibili come marines in mimetica citazioni e riferimenti a tutto campo, dalla musica, alla tv a – Basta, altrimenti ricomincio con un altro elenco.

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